Andre Agassi, the kid of L.A.

person Posted By: Federico list In: News comment Comment: 0 favorite Hit: 27628

In questo articolo vorremmo proporvi una riflessione su uno degli aspetti più belli e al contempo più impegnativi del mondo dello sport, una riflessione sull’agonismo che speriamo possa ispirare i nostri clienti, professionisti e no, ma comunque amanti dello sport. 

Anche in questo caso, come nel precedente articolo, parleremo di uno dei grandi, perché è solo fra i grandi che si possono trovare i veri modelli, e ancora una volta un grande del tennis: Andre Agassi, the kid of L.A.

Per decidere di cosa scrivere, la prima cosa a cui abbiamo pensato è ovviamente stata la rivalità fra Agassi e Sampras, ma non ci è sembrato di poter aggiungere nulla di nuovo a quanto già scritto in sedi tra l’altro migliori e più adatte della nostra. Così abbiamo deciso di concentrarci su un particolare, un momento della vita e della carriera di Agassi, il giorno della sua penultima partita in carriera.

Siamo agli US Open del 2006, per la precisione è il primo settembre 2006 e  Andre ha già annunciato che questo sarà il suo ultimo torneo: 36 anni sulle spalle, una schiena che non risponde quasi più ai movimenti e un dolore costante alla spina dorsale, dovuto a una serie di ernie e all’acuirsi della spondilolistesi con cui Andre era nato, si sono ormai fatti insopportabili anche per il grande campione, che però vuole chiudere la carriera giocando il torneo “di casa”, il torneo che ha sempre detto di amare di più.

Leggendo di questo giorno per come lo stesso Agassi lo ha descritto nella sua autobiografia, la cosa che ci ha più di tutte colpito, e che vorremmo valorizzare e far emergere in questo articolo, è la preparazione maniacale, il vero e proprio rito pre-partita che permise ad Agassi di sconfiggere, sì con uno sforzo fisico oltre il limite, Marcos Baghdatis, all’epoca ventunenne e soprattutto numero 8 al mondo.

Nel 2006 Agassi non sarebbe più in condizione fisica per disputare un match in un torneo del Grande Slam, probabilmente nemmeno per sostenere una corsetta mattutina. Ma il veterano, come lui stesso si definisce, si è posto l’obiettivo di gareggiare ancora per un’ultima volta, e questo per l’uomo che fin da quando aveva sei è stato abituato ad allenamenti distruttivi e snervanti, è sufficiente; ormai ha interiorizzato la mentalità necessaria non tanto per vincere una partita, quanto per essere pronto, come sul campo così nella vita.

Ed è proprio qui che risiede l’utilità di questo esempio, l’utilità della mentalità dell’agonista, del perfezionista, dell’uomo che è consapevole dei propri limiti e che sa che per vincere è necessario controllare solo ciò che resta sotto le proprie forze e possibilità e non curarsi di ciò che inevitabilmente resta esterno, perché non si potrà mai influire su di ciò.

E così il nostro Andre Agassi, assalito dall’età che avanza, dai dolori che non danno tregua e dal pensiero che sta per giungere al termine una carriera lunga ventinove anni, si prepara per il rituale, sapendo di doversi concentrare solo su ciò che è in grado di controllare.

Un’iniezione di cortisone per non sentire più il dolore alla spina dorsale: le fitte torneranno più forti di prima il giorno dopo la partita, ma non si può controllare cosa accadrà domani, non pensarci è l’unica soluzione.

Dopo colazione, la prima delle tre docce della giornata: un getto d’acqua caldissima per sciogliere i muscoli tesi e risvegliarsi definitivamente, ma anche per prendere coscienza di sé e del proprio stato fisico: Sono come una racchetta da tennis alla quale ho cambiato quattro volte l’impugnatura e sette volte le corde: è esatto dire che è la stessa racchetta? […] Di fronte allo specchio del bagno, asciugandomi, fisso il mio viso. […] Vedo il ragazzino che odiava il tennis e mi chiedo come quel bambino dalla zazzera dorata veda quest’uomo calvo, che continua a odiare il tennis, eppure ancora gioca. La domanda mi lascia stremato, spento, ed è solo mezzogiorno. Fa’ che finisca presto. Non sono pronto a smettere. Anche questa domanda è incontrollabile, perché fa paura, come fa sempre paura l’ignoto: l’Agassi che doveva prepararsi per la partita non poteva farsi assalire dalla paura, ma forse ora a distanza d’anni ha trovato una risposta, chissà?

Il resto della mattina e il pomeriggio Andre li passa da solo, ed è il momento in cui la sua mente vaga e riflette sulla sua carriera, sul significato del tennis e cosa questo sport gli abbia dato, sulla sua vita. E arriva alla conclusione che il tennis è lo sport in cui parli da solo e ti rispondi, perché giocare a tennis è come essere naufrago su un’isola, dove inevitabilmente si parla a sé stessi. Così, come parte della sua preparazione rituale, Andre inizia a parlarsi già durante la seconda doccia, quella pomeridiana: si ripete cose folli, che è un paralitico agli US Open, ma anche che gli 869 match vinti in carriera sono stati vinti proprio sotto la doccia pomeridiana. Lo sa che è così, deve solo convincersene ancora una volta.

È tempo di preparare l’acqua di Gil, un misto di carboidrati, sali e vitamine inventato dal suo trainer Gil Reyes: Agassi suda molto, l’acqua di Gil serve per reintegrare i liquidi e i sali persi: questa è una cosa facilmente controllabile, quindi strettamente necessaria.

Prima di partire per l’Arthur Ashe Stadium bisogna preparare la borsa, e solo Andre ha il permesso di toccarla, nemmeno i suoi figli possono: deve essere certo che la cassetta degli attrezzi sia a posto, ogni volta.

Negli spogliatoi, la terza e ultima doccia, che serve solo per togliere il sudore dell’allenamento pre-gara, perché ormai non c’è più tempo per convincersi di cose folli o per piangere.

Infine James, l’addetto alla sicurezza degli US Open, che accompagna Agassi e Baghdatis al sottopasso, vestito con la solita camicia gialla, che fa il solito cenno d’intesa con Agassi e che come al solito gli chiede se vuole che gli porti la borsa, la stessa domanda dal 1994, e la stessa risposta: No, James, nessuno porta la mia borsa a eccezione di me.

Il rituale è concluso, tutto ciò che poteva essere messo sotto controllo lo è stato messo, la preparazione è completa: se il corpo di Andre Agassi reggerà i ritmi della partita, solo il tempo potrà dirglielo.

Andre vincerà la partita, ma spendendo fino all’ultima goccia d’energia: ormai, come sempre accade, il tempo aveva vinto sull’uomo e alla partita successiva, solamente il terzo turno, sarà eliminato dal tedesco Benjamin Becker.

Ma forse Andre ne era già consapevole, sapeva che avrebbe dovuto scegliere quale delle due partite vincere, preparandosi al meglio, nonostante i limiti fisici; e questo viene solo con una mentalità agonistica, con la preparazione e l’allenamento quotidiani, con la conoscenza dei propri limiti e di quanto sia possibile controllare e quanto no.

Questo è ciò in cui anche noi crediamo e ciò che ci piacerebbe trasmettere ai nostri clienti, perché indossando i nostri abiti o vedendo il nostro logo, si ricordino dell’esempio di grandi campioni come Andre Agassi e perché le loro azioni possano ispirare ognuno di noi nella propria vita.

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